skip to Main Content
Ordine Francescano Secolare Fraternità "Santa Maria Nascente" di Sabbiocello - il Signore ti dia pace
Due Giorni All’Eremo Di San Michele: Tornare All’essenziale
  • News

Ci sono luoghi nei quali si arriva e luoghi nei quali, in qualche modo, si entra.

L’Eremo di San Michele, nella Val San Michele a Tremosine sul Garda in provincia di Brescia, è uno di questi.

Lo scorso fine settimana alcuni di noi hanno avuto la possibilità di vivere, da venerdì a domenica, un piccolo ritiro spirituale proprio qui, lontano dalla confusione, dal rumore e, soprattutto, da quella connessione continua che ormai accompagna le nostre giornate.

Non è stato un ritiro lungo. Due giorni possono sembrare pochi per fermarsi davvero, per entrare nel silenzio e per mettersi in ascolto. Eppure sono stati sufficienti per scoprire che, qualche volta, abbiamo semplicemente bisogno di staccare tutto per poter ricominciare ad ascoltare.

Un luogo fuori dal tempo

L’Eremo di San Michele si trova nella valle omonima, immerso nei boschi del territorio di Tremosine. La sua storia è molto antica e la tradizione ne colloca le origini già nei primi secoli del Medioevo.

Nel corso dei secoli questo luogo è diventato un punto di riferimento per la preghiera e la vita eremitica. Nel 1679 il sacerdote veronese Florenio Feliberi, che predisse la data della propria morte, trasformò il luogo in un vero e proprio romitorio, scegliendo di vivere qui la propria esperienza di solitudine e preghiera.

Dopo un lungo periodo di abbandono, l’Eremo è stato recuperato e restaurato e oggi è affidato ai Frati Minori di Lombardia.

Ma la storia dell’Eremo non è fatta soltanto di date. È fatta soprattutto di persone. Di frati che sono passati da quelle stanze, di volontari che hanno lavorato per recuperarlo, dell’associazione degli Alpini che hanno dato il loro contributo, della gente del paese che negli anni ha custodito questo luogo e lo ha riportato lentamente alla vita.

E questo lo si percepisce entrando.

Qui la connessione non arriva

Una delle prime cose di cui ci si accorge è che all’Eremo non c’è campo. Niente telefonate. Niente messaggi. Niente notifiche. Per qualche giorno il telefono, semplicemente, smette di essere il centro della nostra attenzione. Non c’è nemmeno la corrente elettrica come siamo abituati a conoscerla. Quando serve, bisogna mettere in funzione un generatore alimentato a benzina. E quando la benzina finisce, la corrente non c’è più. L’acqua calda dipende da una piccola caldaia alimentata dalle bombole del gas. L’acqua, invece, arriva direttamente da una sorgente, attraverso un percorso di alcuni chilometri, fino all’Eremo.

Sono piccole cose alle quali normalmente non facciamo neppure caso. Apriamo un rubinetto e arriva l’acqua. Premiamo un interruttore e si accende la luce. Accendiamo il telefono e siamo collegati con il mondo. All’Eremo, invece, tutto questo torna ad avere un valore. E forse proprio questo aiuta a capire quanto siamo abituati ad avere tutto, subito e sempre.

Il silenzio che parla

Il tempo è stato scandito dalla preghiera, dalla Liturgia delle Ore, dalla celebrazione dell’Eucaristia e dai momenti vissuti insieme.

Con noi c’era padre Francesco Metelli, frate minore di Sabbioncello, che già si trovava all’Eremo. A lui sono state rivolte tante domande, alcune semplici, altre decisamente più impegnative. E padre Francesco, con la sua sapienza, ma soprattutto con la sua umiltà e la sua calma, ha ascoltato e cercato di rispondere.

Abbiamo pregato anche una bellissima e antica Akathistos dedicata a San Francesco d’Assisi, lasciandoci accompagnare dalla preghiera e dal silenzio. Ma il silenzio dell’Eremo non è stato un silenzio vuoto. È stato un silenzio abitato. Dalla preghiera, certamente, ma anche dalle parole, dalle domande, dai ricordi e dalle storie che ciascuno di noi ha portato con sé.

Un Eremo aperto all’incontro

Vivere all’Eremo, però, non significa soltanto stare lontani dal mondo. Durante la giornata c’era anche spazio per l’accoglienza e per l’incontro con le persone che arrivavano a San Michele. Turisti, camminatori, escursionisti e semplici visitatori, italiani e stranieri, si fermavano per una sosta durante le loro giornate sul Garda. Qualcuno arrivava per conoscere l’Eremo, qualcun altro semplicemente per riposarsi un momento lungo il proprio cammino.

E così, accanto alla preghiera e al silenzio, c’era anche l’ospitalità. Una parola, una chiacchiera, qualche informazione sul luogo, un caffè, qualcosa da bere o semplicemente un biscottino offerto con semplicità. Piccoli gesti, apparentemente insignificanti, che però diventavano occasione per incontrare persone diverse, ascoltare le loro storie e condividere per qualche minuto il cammino. Alcuni erano italiani, altri arrivavano da Paesi stranieri e stavano trascorrendo qualche giorno sul lago di Garda, una terra che ogni anno accoglie tantissimi visitatori.

È stato bello scoprire così che anche il silenzio dell’Eremo non è isolamento. L’Eremo è un luogo dove ci si ritira per ritrovare Dio e se stessi, ma è anche una porta aperta verso gli altri. E forse proprio qui si trova uno degli aspetti più belli dello spirito francescano: sapersi fermare nel silenzio, ma anche saper accogliere chi passa; vivere la solitudine, senza chiudersi agli altri; custodire la propria preghiera, trasformandola poi in un gesto semplice di fraternità e di ospitalità. Un caffè, un bicchiere d’acqua, un biscotto e qualche parola possono sembrare poca cosa. Ma, in un luogo come San Michele, anche queste piccole cose possono diventare un modo per dire a chi arriva: “Sei il benvenuto. Fermati. Riposati. Sei a casa.”

Dopo cena, le nostre storie

Ogni sera, dopo cena, ci siamo fermati a parlare. Senza fretta. Uno alla volta, quasi naturalmente, sono venuti fuori pezzi delle nostre vite. Esperienze, difficoltà, gioie, errori, scelte, persone incontrate lungo il cammino. È stato forse uno dei momenti più belli del ritiro. Perché quando si rallenta, quando non ci sono distrazioni e non bisogna correre da una parte all’altra, ci si accorge che anche le relazioni hanno bisogno di tempo. E così ci siamo conosciuti un po’ di più. Abbiamo scoperto aspetti della vita degli altri che forse non conoscevamo e abbiamo condiviso qualcosa di noi stessi. Anche questo è stato un modo per vivere la fraternità.

Obbedienza: una parola che fa pensare

Prendendo spunto da un libro che uno di noi stava leggendo, una delle conversazioni si è concentrata su una parola tutt’altro che semplice: obbedienza.

Che cosa significa davvero obbedire? Che cosa significa per un frate del Primo Ordine, che vive i voti di povertà, castità e obbedienza? E che cosa significa invece per un francescano secolare?

Abbiamo parlato di obbedienza perfetta, di obbedienza dialogata, di obbedienza totale e delle diverse sfumature che questa parola può assumere nella vita di chi sceglie di seguire una vocazione. Non sono state semplicemente discussioni teoriche. Quelle parole hanno finito per toccare la vita concreta di ciascuno. Hanno fatto nascere domande sul proprio cammino, sulla propria vocazione, sulle proprie scelte, sugli errori e sui successi. Perché alla fine, parlare di obbedienza significa anche chiedersi: a chi sto affidando la mia vita? Da chi mi sto lasciando guidare? Sto davvero cercando la volontà di Dio? Domande semplici solo in apparenza.

Un altare fatto di pietre

Tra le cose che colpiscono entrando nella chiesa di San Michele c’è anche il particolare altare realizzato con grandi pietre recuperate direttamente nel bosco. L’idea nacque da uno dei volontari che, dopo un pellegrinaggio ad Assisi e alla Verna, rimase colpito dagli altari semplici e realizzati con la pietra che aveva incontrato in quei luoghi così importanti per la spiritualità francescana. Da quella esperienza nacque il desiderio di riproporre qualcosa di simile anche all’Eremo di San Michele. Così alcune grandi pietre, recuperate nel bosco e portate con non poca fatica fino all’Eremo, sono state utilizzate per realizzare l’altare che oggi possiamo vedere nella piccola chiesa. È un altare semplice, senza ricercatezze particolari, ma proprio per questo profondamente francescano.

Pietre che erano nel bosco e che sono state raccolte, trasportate e trasformate in un luogo dove celebrare l’Eucaristia. Anche questo piccolo particolare racconta bene la storia dell’Eremo: nulla di superfluo, ma ciò che la natura offre, il lavoro delle persone, la creatività e la fede messi insieme per custodire un luogo di preghiera.

Anche l’Eremo ha le sue storie

Naturalmente non sono mancati i momenti divertenti. Uno dei protagonisti, suo malgrado, è stato il piccolo gruppo di animali, ghiri, che vive abitualmente all’interno dell’Eremo. Di giorno praticamente invisibili, difficili da vedere, di notte sembravano avere ben altro da fare. Li sentivamo muoversi, passare accanto alle nostre brandine e andare alla ricerca di qualcosa da mangiare. Ma anche questi piccoli episodi fanno parte della bellezza di un luogo come questo.

Una doccia e un Eterno Riposo

Tra le piccole curiosità che abbiamo scoperto durante il nostro soggiorno ce n’è una che merita sicuramente di essere raccontata. All’Eremo anche fare una doccia non è una cosa del tutto scontata! Ogni volta che ci si prepara per andare a lavarsi, infatti, prima ancora di poter entrare sotto l’acqua, c’è un piccolo “rito” da compiere: bisogna recitare un Eterno Riposo. Il motivo? Quello non ve lo raccontiamo. È una delle piccole curiosità dell’Eremo che bisogna scoprire di persona. Diciamo soltanto che, dopo aver vissuto questa esperienza, anche la semplice parola “doccia” può assumere un significato un po’ diverso! Per sapere il perché, non resta che una cosa: andare all’Eremo di San Michele e provare di persona.

Le scarpe del 1991

Tra i racconti ascoltati durante il soggiorno, uno ci ha fatto sorridere e allo stesso tempo ci ha aiutato a comprendere la storia dell’Eremo. Padre Francesco ci ha mostrato un piccolo libricino nel quale viene raccontata la storia di alcuni frati che iniziarono l’opera di recupero dell’Eremo, quando il luogo era ancora immerso nella vegetazione e aveva bisogno di tanto lavoro e tanta fatica. A un certo punto, uno dei frati, che indossava i sandali, suscitò la compassione del parroco del paese, che gli regalò un vecchio paio di scarpe da ginnastica. Quelle scarpe sono ancora lì. Dal lontano 1991 sono state conservate nell’Eremo, come memoria concreta di quei giorni e di quelle persone che hanno contribuito a restituire vita a questo luogo. Guardandole oggi sembrano quasi un oggetto insignificante. E invece raccontano una storia. Raccontano la fatica, la semplicità, la Provvidenza e anche un po’ di quella sana ironia che non dovrebbe mai mancare nella vita francescana.

Volti, frati e memoria

Abbiamo anche guardato le fotografie dei tanti frati che negli anni sono passati dall’Eremo. Volti, nomi e storie che appartengono alla vita di questo luogo: frate Giuseppe dell’Orto, padre Francesco Ielpo, lo stesso padre Francesco e tanti altri frati che hanno faticato, abitato e custodito l’Eremo nel corso degli anni.

Abbiamo ascoltato anche il racconto delle tante persone che hanno collaborato al recupero della struttura: i volontari del paese, il gruppo dell’Associazione degli Alpini e tutti coloro che, in modi diversi, hanno messo tempo, energie e disponibilità a servizio di questo piccolo luogo di preghiera. Una storia fatta da tante mani.

Una tela perduta e nuove icone

L’Eremo ha conosciuto anche momenti difficili. Nel corso degli anni ha subito diversi furti, tra cui quello della tela raffigurante San Michele. Oggi sull’altare non c’è più quella tela, ma c’è una bellissima icona di San Michele, “scritta” dalla signora Domenica. Accanto all’altare si possono ammirare anche l’icona dedicata a San Francesco e a Santa Chiara. Sono immagini nuove che si inseriscono in una storia antica.

E forse anche questo ha qualcosa da insegnarci: la memoria non significa semplicemente conservare ciò che è stato, ma continuare a custodire e trasmettere ciò che ha valore.

Un piccolo segno per ricordare il nostro passaggio

Prima di lasciare l’Eremo abbiamo voluto anche noi lasciare un piccolo segno del nostro passaggio. Una piccola croce, realizzata con il legno del posto, semplice e senza pretese, che abbiamo appeso a una parete dell’Eremo insieme alle tante altre croci lasciate nel corso degli anni dai pellegrini e dalle persone che hanno sostato a San Michele. Una croce tra tante, e forse proprio per questo ancora più bella. Non qualcosa che volesse lasciare il segno di noi, ma semplicemente una piccola traccia di un’esperienza vissuta insieme.

Guardandole tutte, quelle croci raccontano una storia fatta di persone, di cammini, di preghiere e di incontri. Ognuno è passato, ha sostato per un po’ e poi ha ripreso la propria strada, lasciando però qualcosa.

Anche noi abbiamo fatto lo stesso. Abbiamo lasciato una piccola croce e abbiamo ripreso il nostro cammino, portando con noi ciò che l’Eremo ci ha donato.

 Che cosa ci lascia l’Eremo?

Probabilmente è questa la domanda più importante. Che cosa ci portiamo a casa dopo due giorni a San Michele? Sicuramente la consapevolezza che due giorni sono pochi. Per vivere davvero un ritiro spirituale, forse, servirebbe qualche giorno in più. Servirebbe più tempo per entrare nel silenzio, per pregare, per ascoltare e soprattutto per lasciare che lo Spirito Santo possa lavorare dentro di noi. Ma quei due giorni sono bastati per comprendere una cosa importante: quanto poco abbiamo davvero bisogno per vivere.

L’Eremo ci ha fatto vedere la differenza tra ciò che è essenziale e ciò che è superfluo. Ci ha ricordato che non abbiamo bisogno di essere sempre connessi. Che non dobbiamo avere sempre una risposta immediata. Che non tutto ciò che possediamo è indispensabile. E soprattutto ci ha ricordato che le relazioni dovrebbero tornare al primo posto. La famiglia. La fraternità alla quale apparteniamo. Il nostro Ordine. Gli amici. Le persone che incontriamo sul lavoro. Le persone che Dio mette sul nostro cammino.

Perché alla fine la nostra vita non si misura da quante cose abbiamo, da quante notifiche riceviamo o da quanto siamo connessi. Si misura dalle relazioni che abbiamo saputo costruire e custodire.

E allora nasce una domanda

Forse è proprio questo il dono più grande dell’Eremo. Non ci dà necessariamente delle risposte. Ci lascia delle domande. Dove sto andando? Il cammino della mia vocazione è davvero quello giusto? Dove sono oggi rispetto a dove vorrei essere? Che cosa devo lasciare andare? Quali sono gli errori dai quali posso imparare? Quali sono le bellezze che rischio di non vedere più? E, soprattutto: Sto lasciando spazio a Dio nella mia vita? Sono domande che non si risolvono in due giorni. Forse non si risolvono nemmeno in una vita. Ma possono diventare compagne di viaggio.

Tornare a casa con qualcosa in più

Domenica abbiamo lasciato l’Eremo e siamo tornati alla nostra vita quotidiana. Il telefono ha ricominciato a squillare. Le notifiche sono tornate. La corrente era di nuovo sempre disponibile. Le comodità sono tornate ad essere normali.

Ma qualcosa, speriamo, è rimasto dentro di noi. È rimasto il silenzio. È rimasta qualche domanda. Sono rimaste le parole condivise, sono rimaste le risate, le preghiere, le storie raccontate dopo cena e anche le poche ore di sonno disturbate dai nostri piccoli ospiti notturni. È rimasta soprattutto la consapevolezza che il cammino francescano non è qualcosa che si vive soltanto nei momenti organizzati dalla fraternità.

È una strada quotidiana. Una strada fatta di semplicità, fraternità, ascolto, servizio, preghiera e ricerca della volontà di Dio. E forse l’Eremo di San Michele ci ha semplicemente aiutato a ricordarlo. A ricordarci che, quando togliamo tutto ciò che è superfluo, rimangono poche cose davvero importanti: Dio, le persone che amiamo, la fraternità e il cammino che siamo chiamati a percorrere. Il resto, forse, può aspettare con la certezza che, lungo quella strada, non siamo soli: è lo Spirito Santo che continua ad accompagnarci, a suggerire, a correggere e a farci ripartire. Come ci insegna Francesco, tornando sempre all’essenziale, con semplicità e letizia.

 

Back To Top