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La Dottrina Eucaristica Di San Francesco – A Cura Di P. Franco Valente OFM
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foto: altare di Sabbioncello di Merate – cerimonia OFS

La dottrina eucaristica di san Francesco (cf. R. Falsini, Eucaristia, in Dizionario francescano, coll. 522-533)

San Francesco era un uomo del popolo, non un teologo. Egli però ha una visione di fede ben precisa, anche se il suo linguaggio non è quello tecnico che stava entrando nelle scuole teologiche.

San Francesco non conosce la frattura tra celebrazione eucaristica e culto al sacramento (quest’ultimo stava affermandosi in quegli anni), ma conserva una visione unitaria. L’unità consiste, per Francesco, nella persona di Cristo, che è sempre la stessa nel seno del Padre, nell’incarnazione, nella sua offerta sacrificale, nel mistero dell’altare, nella realtà del suo corpo eucaristico, cioè nel pane e nel vino consacrati. Per Francesco l’Eucaristia pone il cristiano di fronte a Cristo, nella sua natura divina e umana, e lo invita all’incontro con Lui nella fede e nel sacramento.

Per Francesco, sia il Cristo dell’Eucaristia sia quello della storia possono essere «visti» e accolti solo mediante la fede e nello Spirito. È lo Spirito del Signore, di cui ci è stato fatto dono (→ GRAZIA), che consente di «vedere» (riconoscere) Cristo, al di là dell’apparenza umana e sacramentale, e di accoglierlo nel modo dovuto. San Francesco, infatti, scrive:

«Il Signore Gesù dice ai suoi discepoli: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno può venire a me se non per me”. […] Poiché Dio è spirito, non può essere visto che con lo spirito; è infatti lo spirito che dà la vita, la carne invece non giova a nulla. Anche il Figlio, in ciò che è uguale al Padre, non è visto da alcuno diversamente dal Padre e diversamente dallo Spirito Santo. Perciò tutti coloro che videro il Signore Gesù Cristo secondo l’umanità e non videro né credettero, secondo lo Spirito e la divinità, che egli è il vero Figlio di Dio, sono condannati; e così ora tutti quelli che vedono il sacramento del corpo di Cristo, che viene consacrato per mezzo delle parole del Signore sopra l’altare per le mani del sacerdote sotto le specie del pane e del vino, e non vedono e non credono secondo lo spirito e la divinità, che sia veramente il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, sono condannati perché l’Altissimo stesso ne dà testimonianza e dice: “Questo è il mio corpo e il sangue del nuovo testamento”, e ancora: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Per cui lo spirito del Signore, che abita nei suoi fedeli, egli stesso riceve il santissimo corpo e sangue del Signore; tutti coloro che non partecipano del medesimo spirito e presumono accogliere il Signore, mangiano e bevono la loro condanna. Per cui: “Figli degli uomini, sino a quando avrete duro il cuore?”. Perché non riconoscete la verità e non credete nel Figlio di Dio?» (Am 1: FF 141-143).

San Francesco sottolinea poi con vigore l’analogia tra l’incarnazione e l’Eucaristia sotto la visuale dell’abbassamento: come nell’incarnazione Cristo nasconde la sua divinità nella condizione umana, così nell’Eucaristia la cela nel pane consacrato:
«Ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine, ogni giorno viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l’altare nelle mani del sacerdote. E come ai santi apostoli apparve in vera carne, così ora si mostra a noi nel pane consacrato; e come essi con lo sguardo fisico credevano alla sua carne, ma, contemplando con gli occhi della fede, credevano che egli era Dio, così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi del corpo, vediamo e fermamente crediamo che il suo santissimo corpo e sangue sono vivi e veri» (Am 1: FF 144).

Infine san Francesco vede nell’Eucaristia la realizzazione della promessa di Cristo di una sua presenza permanente tra i suoi fedeli (Mt 28,20): «E in tale maniera il Signore è sempre presente con i suoi fedeli così come egli dice: “Ecco, io sono con voi sino alla fine dei secoli”» (Am 1: FF 145).

In un altro testo Francesco riprende il tema dell’Eucaristia nell’opera della salvezza, sotto l’angolatura della povertà e della totale obbedienza al Padre, per concludere con la necessità di accoglierlo in dono:

«L’altissimo Padre annunciò che questo suo Verbo, così degno, così santo e così glorioso, sarebbe venuto dal cielo, l’annunciò per mezzo del suo arcangelo Gabriele alla santa e gloriosa Vergine Maria, dalla quale ricevette la carne della nostra fragile umanità. Egli, essendo ricco più di ogni altra cosa, volle tuttavia scegliere insieme alla sua beatissima madre, la povertà. E prossimo alla sua passione, celebrò la pasqua con i suoi discepoli, “e prendendo il pane rese grazie […]”. Poi, rivolto al Padre pregò dicendo: “Padre, se è possibile, passi da me questo calice”. […] Depose tuttavia la sua volontà nella volontà del Padre, dicendo: “Padre, sia fatta la tua volontà, non come voglio io, ma come vuoi tu”. E la volontà del Padre fu tale che il suo Figlio benedetto e glorioso, dato e nato per noi, offrisse se stesso cruentemente come sacrificio e come vittima sull’altare della croce, non per sé, “per il quale tutte le cose sono state create”, ma per i nostri peccati, “lasciando a noi l’esempio perché ne seguiamo le orme”. E vuole che tutti siano salvi per Lui, e che lo si riceva con cuore puro e corpo casto» (2Lf: FF 181-184).

Questi testi ci mostrano che Francesco vede un’analogia, una “relazione di somiglianza”, una corrispondenza, un’affinità tra Eucaristia e incarnazione, tra Eucaristia e offerta sacrificale di Cristo sulla croce, tra Eucaristia e presenza del Cristo tra i suoi fedeli. Francesco vede cioè nell’Eucaristia l’attuazione dell’opera della salvezza.

La Messa (l’Eucaristia) non è, quindi, per Francesco, soltanto la «rievocazione» dell’opera della salvezza, ma la sua attuazione per noi: «in essa si ha il vero corpo e il vero sangue, “vivi e veri”, il vero sacrificio, Cristo vivente e glorioso, vero Dio, che offre vita e salvezza» (LCap 2: FF 218.220.221.223).

Perciò deve essere celebrata con dignità, rispetto e purezza di intenzione:

«Perciò vi scongiuro tutti, o fratelli, baciandovi i piedi e con tutto l’amore di cui sono capace, che prestiate, per quanto potrete, tutto il rispetto e tutta l’adorazione al santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, nel quale tutte le cose che sono in cielo e in terra sono state pacificate e riconciliate a Dio onnipotente» (LCap 1: FF 217).

Per questo i sacerdoti, che il Santo vede come coloro che rendono presente il corpo e il sangue di Cristo e lo distribuiscono ai fedeli, devono essere venerati, al di là della loro eventuale indegnità (perché i sacramenti sono efficaci indipendentemente dalla santità personale del ministro):

«Poi il Signore mi dette e mi dà tanta fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa romana, a causa del loro ordine, che se mi dovessero perseguitare voglio ricorrere a essi. E se avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie dove abitano, non voglio predicare contro la loro volontà. E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori, e non voglio in loro considerare il peccato, poiché in essi io vedo il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro io vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e sangue suo che essi consacrano ed essi soli amministrano agli altri» (2Test: FF 112-113).

Al tempo di Francesco la comunione eucaristica era tanto rara da indurre il concilio Lateranense del 1215 a stabilire come minimo una volta l’anno. La comunione era tanto rara anche perché il crescente interesse per la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia portava a favorire più la visione e l’adorazione che la comunione. Invece in quasi tutti i suoi scritti san Francesco ritorna sul significato della comunione eucaristica e insiste sulla necessità della comunione eucaristica frequente e sulle disposizioni interiori ed esteriori per una degna recezione. La necessità della comunione, un tema caro al Santo e raccomandato più volte (Lcust: FF 243; Lrp: FF 212; 1Lf: FF 189; Am 1: FF 142), scaturisce dalla convinzione che essa è il modo per inserirsi personalmente nella storia della salvezza, per partecipare personalmente, secondo il comando di Cristo, all’opera della salvezza che si attua nell’Eucaristia: Cristo – scrive Francesco – «vuole che tutti siano salvi per lui e che lo si riceva con cuore puro e corpo casto. Ma pochi sono coloro che lo vogliono ricevere e vogliono essere salvati» (2Lf : FF 184-185).

Agli inizi del secolo XIII si diffonde il rito dell’elevazione per venire incontro al desiderio – un vero movimento popolare – di vedere l’ostia. La comunione «oculare» veniva a sostituirsi alla comunione «sacramentale», poiché si attribuivano effetti maggiori alla prima che non alla seconda. Il Santo non accenna mai esplicitamente al rito dell’elevazione e, se parla spesso di «vedere il corpo del Signore», si richiama solo alla visione che dà la fede, al vedere con gli occhi della fede. Francesco non si lascia trascinare dalle correnti devozionistiche.

Francesco richiede però da tutti (sacerdoti, frati e fedeli): fede, devozione interiore ed esteriore, purezza di corpo e di spirito, ma soprattutto – e questa è una sua grande intuizione teologica – disponibilità totale all’azione dello Spirito, perché l’incontro fruttuoso con Cristo avviene
nello Spirito che è stato diffuso in noi. Così scrive:

«Per cui lo Spirito del Signore, che abita nei suoi fedeli, egli stesso riceve il santissimo corpo e sangue del Signore; tutti coloro che non partecipano del medesimo Spirito e presumono accogliere il Signore, mangiano e bevono la loro condanna» (Am 1: FF 143).

Oggi, con parole povere e piatte, diremmo che occorre lo stato di grazia. Francesco si colloca a un livello spirituale (teologale) ben più elevato, poiché per lui si tratta di un incontro trasformante sotto l’azione dello Spirito.

Non minore fede e devozione esige verso il Cristo che permane dopo la celebrazione, nel pane e nel vino consacrati. Francesco sembra divorato dalla preoccupazione che si eviti ogni negligenza e si manifesti invece la massima riverenza. Ai capitolari scrive:

«Perciò vi scongiuro, o fratelli, baciandovi i piedi e con tutto l’amore di cui sono capace che prestiate, per quanto potrete, tutto il rispetto e tutta l’adorazione al santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo» (LCap 1: FF 217).

E raccomanda ai chierici (frati sacerdoti) che il corpo di Cristo sia «posto e custodito in un luogo prezioso» (Lch: FF 209; Lcust: FF 241).

Francesco però non accenna a forme particolari di pietà eucaristica che già esistevano (visita, adorazione privata, esposizione), ma insiste sull’atteggiamento di fede e di rispetto, di amore e di gratitudine. È una mentalità che vuole creare: punta di più sulla qualità del culto che sulla quantità delle forme.

Merita infine di essere segnalato il rapporto tra parola e sacramento, da cui l’identica venerazione per la parola scritta e il corpo di Cristo, ambedue segni visibili della presenza di Cristo tra di noi: «Sappiamo che non ci può essere il corpo se prima non è santificato [=consacrato] dalla parola» (Lch: FF 207); «Vi prego […] che […] supplichiate umilmente i sacerdoti di venerare sopra ogni cosa il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo e i santissimi nomi e le parole di lui scritte che consacrano il corpo» (Lcust: FF 241; cf. 2 Test: FF 114-115).

Le «parole» non sono propriamente quelle pronunciate dal sacerdote, ma – come del resto suggerito dall’espressione «nomi e parole» e da alcuni episodi della sua vita – comprendono la parola di Dio scritta, cioè la Scrittura nella sua totalità: «i nomi e le parole mediante le quali fummo creati e redenti da morte a vita» (Lch: FF 207). Le parole sacramentali sono il punto di arrivo del cammino della parola, dalla creazione alla redenzione. Non si arriva al sacramento scavalcando la parola: sia l’uno che l’altra meritano rispetto, l’adesione all’uno esige l’adesione all’altra. Francesco non approfondisce teoricamente il tema, ma lo traduce concretamente nella sua vita.

 

Padre Franco Valente OFM – Assistente OFS Sabbioncello di Merate (LC)

 

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