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Qual è Questo Dono, Di Cui La Donna Ha Sete Senza Saperlo? Meditazione Di Mons. Pizzaballa OFM – III Domenica Di Quaresima 2020
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Fonte: monastero delle Clarisse di Gerusalemme – 13 marzo 2020

 

Le letture delle domeniche di Quaresima, in modo particolare quelle dell’anno A che stiamo vivendo, ci offrono un percorso di crescita per la nostra vita di discepoli. Questo brano, insieme a quello delle prossime domeniche, costituisca una lunga catechesi battesimale, che non possiamo cogliere completamente. Ci limiteremo, dunque, solamente ad alcuni spunti.

Nella prima domenica di Quaresima siamo stati portati nel deserto, dove ci è stato dato di conoscere il nostro cuore, dove ci è stato rivelato chi siamo e a chi apparteniamo. Nella seconda, su un monte alto, il discepolo impara, piano piano, ad ascoltare e vedere Gesù, la sua vita nel dono totale di sé.

In questa terza domenica ci è dato di scoprire quale desiderio ci abita in profondità.

Il luogo dove questo accade è Sicar, una città della Samaria dove Gesù, proveniente dalla Giudea e diretto in Galilea, affaticato dal viaggio, si ferma ad un pozzo mentre i suoi discepoli vanno in città a far provvista di cibo (Gv 4,3-8). Qui Gesù incontra una donna samaritana, e con lei inizia un dialogo lungo e complesso, in cui i due interlocutori sembrano non capirsi.

Eppure questa donna, che sembra sempre fraintendere le parole di Gesù, arriva gradualmente, a piccoli passi, alla fede.

Il primo passo è dato dal fatto che Gesù, semplicemente, le parla: è Lui, infatti, e non lei, ad iniziare il discorso. Questo genera nella donna un grande stupore: “Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?” (Gv 8,9). Gesù, infatti, avrebbe potuto e dovuto evitare questo dialogo, per vari motivi: perché la sua interlocutrice è una Samaritana, innanzitutto, quindi una sorta di eretica; poi perché convive con un uomo che non è suo marito e quindi, per la legge, va considerata un’adultera, una peccatrice; e infine, semplicemente, perché è donna, e nessun Maestro della legge si sarebbe fermato a parlare in pubblico con una donna.

E invece Gesù le parla. “Sono io, che parlo con te”, le dirà alla fine del dialogo (Gv 4,26).

E le parla non facendole un rimprovero, e nemmeno una catechesi; molto più semplicemente, le chiede da bere.

Il secondo passo porta la donna ad intuire che c’è qualcosa di sé che le sfugge, qualcosa che le manca, qualcosa che le può essere solo rivelato: “Se tu conoscessi il dono di Dio…” (Gv 4,16).

A volte potremmo pensare, come la donna di Samaria, che la nostra vita sia tutta in ciò che già conosciamo, nelle abitudini di cui è fatta la nostra quotidianità, nel nostro passato, ma non è così. Il nostro vero volto sta ancora davanti a noi.

Qual è questo dono, di cui la donna ha sete senza saperlo?

Non quello dell’acqua, come lei pensava. La sete che la abita è quella di adorare il Padre in spirito e verità (Gv 4,23), ovvero di adorarlo nell’amore.

La verità, in Giovanni, è il disegno di salvezza che Dio ha per l’umanità, il disegno che Gesù è venuto a compiere, quello per cui è ristabilita la comunione tra Dio e l’uomo: è questa la vera sete dell’uomo.

E la donna di Samaria è in certo modo simbolo di un’umanità persa, svuotata dalla fatica di rincorrere amori che non tolgono la sete.

È solo all’interno della relazione con Gesù, del dialogo con Lui, che l’orizzonte di nuovo si apre: non siamo fatti per nulla che sia al di sotto di questa vocazione all’amore.

Come è stato Gesù ad iniziare il dialogo, così è Lui anche a concluderlo.

E lo conclude con un’affermazione di fronte alla quale la donna non ha più nulla da replicare: Questa importante affermazione di Gesù, “Sono io, che parlo con te”, dice che Colui che conosce e colma la sete dell’uomo è ora presente, e non ci sono altre parole da aggiungere.

Ora si apre lo spazio delle fede, che la donna inizia con una corsa verso la città, verso la sua gente, alla quale ripete l’invito che era risuonato nelle prime parole di Gesù ai suoi: “Venite e vedrete” (Gv 1,39).

Dopo di che, la donna scompare, e lo spazio della fede si apre per altri, come un incontro contagioso di bene: “Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».” (Gv 4,41–42)

+ Pierbattista

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