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Ordine Francescano Secolare Fraternità "Santa Maria Nascente" di Sabbiocello - il Signore ti dia pace
Meditazione Di Mons. Pizzaballa OFM – V Domenica Di Pasqua A, 2020
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Fonte: Patriarcato Latino di Gerusalemme.

 

Il brano di Vangelo che leggiamo in questa V domenica di Pasqua (Gv 14,1-12) apre un lungo discorso di Gesù, che viene definito un “discorso d’addio”. Siamo dopo il racconto dell’ultima cena e Gesù parla con i suoi del significato della sua morte, della sua partenza, ormai prossima.

Per entrare nel cuore di questo discorso, vorrei premettere una riflessione generale sull’esperienza del lutto: quando affrontiamo la sofferenza per la morte di una persona cara, abbiamo bisogno di tempo per elaborare questo evento. E credo che siano necessari due momenti: il primo è più segnato dal dolore, dal vuoto, dal senso di perdita, per cui la domanda che ci si pone riguarda come stare in questa sofferenza, senza rimanerne schiacciati.

Il secondo, invece, viene dopo, e riguarda come vivere il tempo che si apre a partire da quell’assenza. E comporta una nuova elaborazione della nostra identità: l’assenza della persona scomparsa cosa apre di nuovo per me, cosa comporta? Cosa genera, cosa promette?

I capitoli 14-17 del Vangelo di Giovanni, che cominciamo a leggere oggi, possono essere interpretati anche a partire da questa esperienza.

Gesù sta lasciando i discepoli per far ritorno al Padre: ebbene, cosa sarà di loro? Chi saranno, senza di Lui? Cosa faranno?

Gesù non solo risponde a queste domande, ma cerca di insegnare ai suoi un nuovo modo di pensare; cerca di dire ai suoi che, d’ora in poi, sarà necessario una nuova maniera di ragionare, di vedere la vita, di avere coscienza del modo con cui Lui sarà presente.

Il segno della necessità di questo passaggio lo troviamo proprio nei versetti che abbiamo letto, così come in quelli successivi, dove vediamo che invece i discepoli non capiscono: è l’obiezione di Tommaso (v.5:“Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?»), e poi quella di Filippo (v.8:“Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta») a dire quanto il pensiero dei discepoli sia ancora lontano da quello di Gesù.

E la prima cosa che Gesù dice è di non aver paura, di non rimanere turbati. La paura è il segno dell’uomo vecchio, dell’uomo solo, che deve salvarsi da sè, con le sue proprie forze, dell’uomo che ancora non vive di una relazione che fonda la sua esistenza.

Invece si può non aver più paura. Come?

La partenza di Gesù apre ad un tempo nuovo, in cui la relazione con Lui non solo non viene interrotta ma, al contrario, viene portata alla sua perfezione, al suo compimento.

La sua partenza diventa la via per una vita vera, che è quella che ci è rivelata da Gesù e consiste nella sua relazione con il Padre. È una relazione di amore, di comunione e quindi di libertà, in cui ciascuno dei due rivela l’altro, parla dell’altro, opera nell’altro e dà gloria all’altro.

Questa è la promessa contenuta nella partenza di Gesù, nella sua morte. Lui va a preparare un posto, e questo posto è il dono della relazione con il Padre che viene resa accessibile a tutti. È un posto che l’uomo aveva perso a causa del peccato, e che Gesù restituisce gratuitamente, assumendo su di sé, sulla croce, quella lontananza in cui l’uomo si era perso, quella solitudine in cui era finito.

La comunione con Lui, che Gesù promette, è una comunione totale, una condivisione della stessa vita. Lo vediamo nell’ultima frase del Vangelo di oggi, quando Gesù dice: “chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio” (Gv 14,12).

Che significa – mi sembra – che diventeremo via via, di Pasqua in Pasqua, sempre più un’unica volontà, un unico intento, e impareremo così a non chiedere altro se non quello che noi sappiamo essere la Sua volontà, perché il Suo desiderio sarà divenuto anche il nostro.

+Pierbattista

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