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Ordine Francescano Secolare Fraternità "Santa Maria Nascente" di Sabbiocello - il Signore ti dia pace
Meditazione Del Patriarca Pierbattista Pizzaballa: II Domenica Di Pasqua, Anno B, 2021
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fonte: monasteroclarissejerusalem.wordpress.com

 

“MIO SIGNORE E MIO DIO!”

 

I capitoli del Vangelo di Giovanni che precedono l’arresto di Gesù sono occupati da un lungo dialogo tra Gesù e i suoi: sono ben 5 capitoli, dal 13 al 17, e ci fanno vedere la profonda relazione che c’è tra loro. Gesù parla, racconta, dice il suo vissuto, preannuncia ai suoi quanto sta per accadere. Parla loro del Padre, dello Spirito, ma parla anche di come sarà la vita dei discepoli nel mondo, dopo la sua partenza. Insomma, un dialogo molto intimo, che descrive una relazione intensa.

Poi è venuta la morte di Gesù, la croce, e questa relazione si è interrotta, questo dialogare è diventato muto, non ci sono più parole tra loro: è venuto meno il Maestro, e i discepoli si sono dispersi.

Apparendo ai suoi, dopo la risurrezione, dunque, Gesù riprende pazientemente, gradualmente, in modo nuovo la relazione con i discepoli. Ci troviamo, infatti, di fronte ad una comunità frammentata: nel momento in cui il Signore viene, qualcuno manca, la comunità è incompleta. Il Signore perciò torna, perché la comunità è tale dove tutti fanno esperienza della risurrezione, tutti incontrano il Signore, nessuno escluso.

Non basta neppure che siano gli altri a raccontarla: quest’esperienza può essere solo personale; e un’esperienza personale della fede non può accadere se non dentro la comunità, insieme agli altri che con me camminano nella fede.

Per comprendere in cosa consiste quest’esperienza, torniamo ai vangeli della Quaresima, dove Gesù ci aveva già detto che per credere bisogna guardare: prendendo spunto dall’episodio del serpente nel deserto (Nm 21,4-9, cfr IV domenica di Quaresima), aveva detto che per guarire dal male della morte bisogna saper alzare lo sguardo, per vedere nel Figlio dell’Uomo crocifisso l’amore infinito del Padre, che ci raggiunge lì dove siamo, nella nostra condizione di morte. La guarigione è per tutti, ma solo chi alza lo sguardo vi accede, perché la guarigione è la relazione stessa con il Signore che salva.

Nel Vangelo di oggi è proprio la stessa cosa. Il Signore è risorto, ed è per tutti vita e pace. Ma solo chi entra in contatto reale con Lui può accede alla sua stessa vita risorta.

Tommaso ha bisogno di passare dall’incredulità alla fede: “non essere incredulo, ma credente”, gli dice Gesù (Gv 20,27). Ma questo passaggio non è possibile se non toccando con le proprie mani, con la propria vita le piaghe del risorto, cioè il mistero dell’amore che si è compiuto nella Pasqua. Quel mistero d’amore per cui il Signore ha donato la vita, ed ora è di nuovo vivo in mezzo ai suoi, perché l’amore con cui Lui ama non viene meno. Come la relazione tra Gesù e il Padre è una relazione incrollabile, così quella tra Gesù e i suoi: questa è la Pasqua, e questo è ciò che Tommaso ha bisogno di vedere, di conoscere, di incontrare.

Per questo il Signore gli offre le sue piaghe, che dopo la risurrezione non sono scomparse: il Risorto è Colui che è vivo per poterci amare sempre come crocifisso, continuando a donare la vita per noi come quando era sulla croce. È un continuo ed eterno donarsi.

Fare esperienza di Lui non può non passare per quelle piaghe, non più solo guardandole dal di fuori, ma in qualche modo entrandovi dentro: “Tendi la tua mano e mettila nel mio fianco” (Gv 20,27), toccando la carne del suo amore. Il dialogo ora passa per quelle piaghe, memoriale dell’amore crocifisso e risorto.

Quando questo contatto accade, allora il Signore diventa il mio Signore: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28). Nei Vangeli non manca chi riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, e ci sono diverse professioni di fede: ma solo Tommaso, dopo aver visto le piaghe gloriose, può dire che questo Signore è il suo Signore, questo Dio è il suo Dio. Ora ne ha fatto esperienza, ha ritrovato la relazione con Lui.

Gesù dice che questo toccare non passa più attraverso il vedere, ma attraverso la fede (Gv 20,29), attraverso quell’esperienza del sentirsi accolti dentro le Sue piaghe. E questo è possibile a tutti.

Non accade una volta per sempre nella vita, perché l’amicizia ha bisogno di essere nutrita.

Questa esperienza, nella Chiesa, ha il ritmo dell’ottavo giorno, della domenica, dove il Signore di nuovo appare e ci accoglie nelle sue piaghe d’amore: la celebrazione eucaristica è il luogo del contatto, intimo e fedele, dove la relazione diventa familiarità, confidenza, dimestichezza; dove ogni cristiano, insieme ai suoi fratelli, può dire le stesse parole di Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”.

+Pierbattista

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