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Gesù Entra In Questo Recinto Chiuso Attraverso La Sua Incarnazione E La Sua Pasqua. Meditazione Di Mons. Pizzaballa OFM – IV Domenica Di Pasqua A, 2020
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Fonte: monasteroclarissejerusalem

La similitudine del buon pastore, che troviamo in questo capitolo decimo del Vangelo di Giovanni, è molto ricca ed articolata.

Gesù, infatti, non si paragona solo al “pastore buono”, figura che ha tanti richiami in diversi brani dell’Antico Testamento; ma si paragona anche alla “porta”, e ne utilizza più volte l’ immagine anche in riferimento al pastore, che entra nel recinto dalla porta.

Vediamo innanzitutto questo aspetto. (Gv 10, 1-3).

La porta è ciò che crea una comunicazione, un passaggio tra due luoghi che, altrimenti, rimarrebbero isolati l’uno dall’altro. Ed è l’immagine della realtà umana dopo la caduta, dopo il dramma del peccato: l’umanità era divenuta inaccessibile, lontana da Dio, un mondo a sé, incapace di comunicare con il mondo di Dio; incapace di ascoltare.

Il versetto 6 parla esattamente di questo: “Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di cosa parlava loro”. Gesù parla, ma chi ascolta non capisce, è come chiuso dentro un recinto in cui niente riesce ad entrare, niente riesce a fare breccia. Manca la porta.

Gesù entra in questo recinto chiuso attraverso la sua incarnazione e la sua Pasqua.

Non rimane fuori dall’ovile, e neppure vi entra da qualche altra parte: si fa uno di noi, entra legittimamente nel mondo degli uomini, assume in tutto la nostra storia, la nostra ferita. Gesù riapre la porta.

E proprio perché fa questo, diventa Lui stesso la porta: diventa cioè quella nuova possibilità, offerta all’uomo, di uscire da se stesso, di andare oltre la morte. Perché senza questa porta, che è Gesù, l’unico modo per uscire dal recinto sarebbe stato morire.

Proprio la morte, infatti, si era spacciata come alternativa al pastore, e l’uomo l’aveva ascoltata, l’aveva seguita. Il salmo 49 (48) descrive bene la situazione dell’uomo che ha come “pastore la morte” (v. 15): è la condizione di chi confida in se stesso, ovvero di chi non conosce altri a cui affidarsi, altri da ascoltare, se non se stesso. Per costoro, dice il salmo, non resterà più niente, perché la morte è quel ladro, quel brigante venuto per rubare, uccidere, distruggere (Gv 10, 8). Ruba all’uomo la vita, e lo conduce con sé, al nulla eterno.

Gesù, entrando nel recinto dell’umanità votata alla morte, affrontando Lui stesso la morte, vi porta la vita: l’uomo non è più chiuso dentro il recinto, ma è libero di entrare ed è libero di uscire. Dice infatti Gesù: “Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pascolo” (Gv 10,9).

L’uomo, quindi, ha ora un’altra porta, che non dà sulla morte, ma sulla vita, sulla Vita stessa di Dio.

Per questo e solo per questo Gesù è il pastore buono, non solo perché entra, ma anche perché esce, e perché, uscendo, porta con sé l’umanità. Potremmo dire che con la sua incarnazione Gesù entra nel recinto dell’umanità, e con la sua Pasqua porta fuori le pecore, le conduce oltre, apre per loro una porta sulla vita.

Ma come è possibile seguirlo? Cosa significa entrare per la porta che Lui stesso è diventato, seguire Lui come pastore? Come essere persone libere di entrare e di uscire da questa porta?

La porta che ci fa accedere a tutto questo è il Battesimo, la nostra immersione nella Vita stessa del Signore.

Si tratta, allora di vivere la vita del Battesimo, ciò che il Battesimo significa, ovvero l’essere immersi nella Morte e nella Vita di Gesù.

Non v’è altra porta che questa, l’essere immersi continuamente nella Pasqua, lasciando che ciò che è vecchio muoia, perché risorga l’umanità nuova, quella fatta ad immagine del Signore, nuovamente capace, per grazia, di ascoltare la Sua voce, di dialogare con Lui, di obbedire al suo desiderio di Vita per tutti.

+Pierbattista

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