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Francesco Abbattitore Di Muri – Di Fr. Francesco Ielpo
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fonte: fratiterrasanta.it

Tutti facciamo esperienza di «muri», non solo fisici, che ci separano dagli altri. L’episodio del Poverello di Assisi e dei briganti abbatte il muro di separazione tra uomini buoni e cattivi, giusti e immeritevoli.

Nella chiesa di san Damiano, Francesco, in pieno cammino di conversione, mentre pregava davanti al Crocifisso per chiedere la grazia di capire cosa fare della sua vita, sente una voce che gli dice «Francesco ripara la mia casa che, come vedi, va in rovina». Francesco ancora non capisce il profondo significato di quell’invito – restaurare la Chiesa cattolica – ma quel poco che intuisce subito lo mette in pratica e, quasi come un novello muratore, ripara le mura del piccolo edificio sacro dedicato a san Damiano. Nonostante questo invito del crocifisso che caratterizzerà l’intera vocazione di Francesco e dell’ordine religioso che da lui nascerà, tuttavia possiamo, contemporaneamente, affermare che Francesco è stato anche un abbattitore di muri.

Tutti facciamo esperienza di «muri», ovviamente non solo fisici, che ci separano dagli altri: tra potenti e poveri; tra credenti e non credenti; tra giusti e peccatori; tra sani e infetti; tra cittadini e stranieri. Spesso viviamo ben ancorati in gruppi chiusi, in fondo, per paura dell’altro. Nessuno è esente dal correre questo rischio. Infatti Francesco ha sempre cercato di abbattere questi muri iniziando da sé, quando, per esempio, vincendo un innato disgusto per i lebbrosi, scende da cavallo e ne abbraccia uno al punto che, ricordando l’episodio, scriverà nel suo testamento: «Ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo».

Anche ai suoi frati e seguaci Francesco ha insegnato la via della fraternità universale che prevede, necessariamente, l’abolizione di qualsiasi forma di muro, di ghetto o di isolamento.

Emblematico rimane l’episodio dei briganti di San Sepolcro narrato nella Leggenda perugina. In un eremo sopra il Borgo viveva una comunità di frati che, di tanto in tanto, veniva visitata dai ladroni della zona che domandavano pane. Questi briganti si appostavano lungo le strade della contrada e assalivano i passanti per derubarli, creando paura e rancore tra la popolazione. La comunità dei frati era divisa tra coloro che non ritenevano giusto dare l’elemosina a dei ladroni e coloro che, invece, ritenevano doveroso dare quello che chiedevano perché domandavano per necessità. Le opposte posizioni, da sempre, dividono gli uomini, anche ai nostri giorni, circa il giudizio su coloro che chiedono la nostra carità e il nostro aiuto: lo meritano veramente? Ne sono degni? In fondo il ragionamento è il seguente: io sono giusto, mi comporto onestamente e non faccio del male, mentre loro sono cattivi, approfittatori, lazzaroni, ingrati e quindi non meritano nulla. Tra me e loro c’è un confine netto e ben marcato: il merito.

Un giorno Francesco in persona si reca in visita ai frati, che gli espongono il dilemma: che cosa è giusto fare? Francesco riporta la questione al cuore dell’esperienza cristiana. Il Poverello d’Assisi non è interessato a dividere il mondo in buoni e cattivi, giusti e disonesti, in meritevoli e immeritevoli. Lui è solamente interessato alla salvezza di tutti, alla possibilità che tutti possano fare l’esperienza dell’abbraccio del Padre, indipendentemente dalla loro condizione attuale. Ed è così che educa i suoi frati: «Andate, acquistate del buon pane e del buon vino, portate le provviste ai briganti nella selva dove stanno rintanati, e gridate: “Fratelli ladroni, venite da noi! Siamo i frati, e vi portiamo del buon pane e del buon vino”. Quelli accorreranno all’istante. Voi allora stendete una tovaglia per terra, disponete sopra i pani e il vino, e serviteli con rispetto e buon umore. Finito che abbiano di mangiare, proporrete loro le parole del Signore. Chiuderete l’esortazione chiedendo loro per amore di Dio, un primo piacere, e cioè che vi promettano di non percuotere o comunque maltrattare le persone. Giacché, se esigete da loro tutto in una volta, non vi starebbero a sentire. Ma così, toccati dal rispetto e affetto che dimostrate, ve lo prometteranno senz’altro. E il giorno successivo tornate da loro e, in premio della buona promessa fattavi, aggiungete al pane e al vino delle uova e del cacio; portate ogni cosa ai briganti e serviteli. Dopo il pasto direte: “[…] Meglio è servire il Signore, e Lui in questa vita vi provvederà del necessario e alla fine salverà le vostre anime”. E il Signore, nella sua misericordia, ispirerà i ladroni a mutar vita, commossi dal vostro rispetto e affetto».

Francesco osa chiamarli «fratelli briganti» e desidera convertire i ladroni per eccesso di generosità e fraternità. In fondo, il serafico Padre non è preoccupato dal buon esito della strategia adottata (la conversione dei briganti), quanto della trasformazione dei cuori dei frati. Il vero obiettivo, il vero miracolo è abbattere la separazione tra buoni e cattivi, tra giusti e immeritevoli.

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